Pericolo Mortale

UN GIALLO STORICO GEORGIANO

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I Gialli di Alec Halsey, Terzo volume

I nverno 1763. Lord Alec Halsey viene inviato in missione diplomatica a Midanich, avamposto imperiale del Sacro Romano Impero, per trattare la liberazione degli amici presi prigionieri. Midanich è un posto pieno di pericoli e di oscuri misteri; una nazione in preda alla guerra civile, governata da una famiglia con la pazzia che scorre nelle vene. Per Alec è un posto di ricordi indicibili, dal quale è scappato a fatica e dove ha giurato di non tornare più. Ma deve tornare, se vuole salvare la vita di Emily St. Neots e sir Cosmo Mahon. In una corsa contro il tempo, Alec e la delegazione inglese attraversano la gelida landa desolata per arrivare alla fortezza dove sono imprigionati Emily e Cosmo. Il temibile inverno è un nemico quanto i soldati delle opposte fazioni accampati lungo la via. Alla fine del suo viaggio ci sono ad aspettarlo il margravio e sua sorella, che non chiedono altro che la testa di Alec su una picca.

Finalista del concorso 2016 RONE Miglior giallo pubblicato; Finalista e secondo arrivato del concorso 2016 RONE per la copertina nella categoria gialli/suspene.

 

Romanzo (130000 parole, circa 520 pagine standard a stampa)
Non esplicito (moderata sensualità, moderata violenza)
Investigatore dilettante
Originale inglese: Deadly Peril


Lucinda Brant ha costruito ancora una volta una storia meravigliosamente complessa che è immensamente leggibile e impossibile da lasciare. La conclusione è agghiacciante e sorprendente e anche se dirò che avevo un’idea della direzione della storia, mi ha tenuto in sospeso fino all’ultimo e poi mi ha completamente preso in contropiede. Se state cercando un giallo storico avvincente, scritto in modo intelligente e costruito con abilità, allora smettete di cercare. Vi prometto che non ve ne pentirete.
—Caz Owens, All About Romance, rated a DESERT ISLE KEEPER

Una delle cose che ammiro in Lucinda Brant è l’intricata stratificazione delle sue trame. Rivela le cose poco per volta durante la storia, impedendo al lettore di sentirsi frustrato, ma contemporaneamente nascondendo abbastanza particolari da permettere la sorpresa finale. Il mio primo incontro con le sue opere risale solo a cinque mesi fa e ora ho letto tutti i suoi libri. Ciascuno merita cinque stelle, ma penso che Pericolo Mortale sia, per ora, il migliore. È, semplicemente, una perfetta combinazione di mistero, storia e romanzo.
—Lady Wesley, Romantic Historical Reviews, voto: 5 STELLE

 

 

I Gialli di Alec Halsey

 
 
 

 

DIETRO LE QUINTE

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Anteprima

CASTELLO DI HERZFELD,
PRINCIPATO DI MIDANICH (FRISIA ORIENTALE),
TARDO AUTUNNO 1763

LA STANZA da letto era buia e senz’aria. L’odore di urina stantia, catarro sanguinolento e medicinali pervadeva tutto. Un solo candelabro, sul comodino, gettava una fioca luce giallognola sul copriletto ricamato. Sarebbe stato necessario regolare gli stoppini ma nessuno si era premurato di chiamare un servitore. Erano tutti concentrati sulla persona nel grande letto con l’imponente testiera intagliata, dove tutti i margravi di Midanich venivano a morire.

Leopold Maxim Herzfeld stava esalando gli ultimi respiri. Raggrinzito e debole, era appoggiato a morbidi cuscini di piume. Una camicia da notte bianca, con pizzo prezioso ai polsi e al collo, copriva la carne devastata e nascondeva le vene collassate in entrambe le braccia. Lo avevano salassato tante volte che le gonfie sanguisughe non riuscivano nemmeno più a succhiare. Era cosciente solo a tratti, il respiro raschiante, gorgogliante, la testa gettata all’indietro e la bocca aperta, mentre cercava di immettere aria nei polmoni pieni d’acqua attraverso la gola secca come un deserto.

Un servitore devoto aveva tolto al suo padrone il berretto da notte di seta e aveva sistemato al suo posto una magnifica parrucca, con le ciocche fluenti impomatate, incipriate e arricciate, come si confaceva all’importanza di chi la indossava. In vita, un simile artificio alla moda si addiceva ai forti lineamenti del margravio Leopold. In quelle sue ultime ore, la parrucca era una volgare forma di vanità. Serviva solo a sottolineare lo stato in cui si era ridotta la sua salute da quando era tornato al castello di Herzfeld, sei mesi prima e perché persistessero i sussurri che parlavano di veleno.

Mille candele illuminavano la cappella del castello, dove si pregava giorno e notte. Devoti membri della corte andavano e venivano, affollando i banchi. Alcuni restavano per ore, in ginocchio, a pregare per un miracolo, che il margravio Leopold guarisse. Se non ce l’avesse fatta, era probabile che ci sarebbe stata una guerra civile, dopo una decade di guerra che aveva visto la nazione occupata prima da un nemico e poi da un alleato, una decade che aveva visto la rovina sia della terra sia dei suoi abitanti.

Altri membri della corte, che non desideravano lasciare il futuro nelle mani di Dio, ritenevano più prudente, politicamente, attardarsi nella magnifica anticamera, piena di marmi e mobili dorati, fuori dagli appartamenti reali. Si raggruppavano secondo le loro fazioni e discutevano bisbigliando con furia, per decidere se avrebbero sostenuto uno o l’altro dei principi, o se sarebbero rimasti neutrali allo scoppiare della guerra civile. Nessuno poteva permettersi di lasciare l’anticamera, perché non solo temevano di essere traditi dai loro amici, durante la loro assenza, ma anche perché sapevano che i loro movimenti erano attentamente controllati dalle guardie allineate lungo le pareti della grande stanza e da quelle che stavano sull’attenti davanti alla porta della camera.

Parecchi nervosi cortigiani si erano sdraiati su brande improvvisate e mandavano avanti e indietro i lacchè a cercare cibo e bevande e a svuotare i pitali. Scribacchiavano messaggi per tenere aggiornate le mogli, le amanti e le figlie che camminavano avanti e indietro nei loro appartamenti all’interno del complesso del castello, pronte a fuggire nelle loro residenze di campagna, con tutti i loro beni, senza preavviso. Alcuni avevano deciso di intraprendere il drastico passo di passare la frontiera e andare nell’Hannover, l’unica scelta che restava loro se volevano mantenere la testa attaccata al collo.

Anche i dignitari stranieri e i burocrati entravano e uscivano dall’anticamera, chiedendo notizie. Nessuno poteva dir loro qualcosa, quindi uscivano di nuovo, e mandavano i loro sottoposti a mescolarsi con la folla imparruccata mentre loro scrivevano rapporti indirizzati ai loro superiori per avere istruzioni: sostenere il principe Ernst, avvicinare il principe Viktor o andarsene in tutta fretta finché le frontiere e i porti del paese erano ancora aperti.

La morte del margravio era una conclusione scontata. E avrebbe dovuto esserlo anche il successore. Il figlio succedeva al padre, come accadeva da tredici generazioni. Il principe Ernst era il figlio maggiore del margravio. Eppure c’era chi avrebbe preferito che fosse il più carismatico principe Viktor a prendere il posto del padre. Ma il fratellastro minore del principe Ernst era escluso dalla successione a causa della sua nascita comune. Il secondo matrimonio del margravio era stato morganatico.

La guerra dei sette anni aveva cambiato tutto.

Il principato di Midanich era stato sconfitto dai francesi e poi occupato dagli inglesi. C’erano stati caos, guerra e spargimento di sangue ovunque. La fine della guerra aveva significato la cessazione delle battaglie, ma non la fine delle difficoltà per i sudditi del margravio. E più lontano, oltre le frontiere, si stavano ridefinendo e riscrivendo alleanze politiche ed economiche, e non a favore di Midanich. Molti, a corte, volevano una rottura completa con il vecchio ordine, cui apparteneva il principe Ernst, e stavano rischiando la vita scommettendo sul cambiamento. Dal suo palazzo nel sud del paese, il margravio Leopold aveva ascoltato le voci che chiedevano cambiamenti e dato ascolto anche ai cortigiani che raccomandavano lo status quo. Poi era andato a nord, al castello di Herzfeld, dov’era stazionato il principe Ernst come capo dell’esercito di Midanich, aveva attraversato il ponte levatoio ed era entrato nella piazza principale con il suo entourage tra le acclamazioni del popolo stanco della guerra, gli inchini ossequiosi dei cortigiani e le braccia aperte in segno di benvenuto del figlio maggiore.

Il principe Ernst, che aveva combattuto valorosamente durante la guerra, era stato insignito in una cerimonia pubblica della più alta onorificenza militare del paese, il Minotauro di Midanich, una stella e una giarrettiera attribuite molto raramente. Era stata l’ultima volta che il margravio si era visto in pubblico. Non aveva più messo piede fuori dalle mura fortificate del castello. Pochi mesi dopo, il diciassettesimo Herzfeld a regnare in una linea ininterrotta di padre in figlio, stava morendo.

Il medico di corte non aveva idea di che cosa avesse causato la malattia del margravio, ma era certo che fosse fatale. Eppure il margravio si aggrappava ostinatamente alla vita, e i suoi sfoghi intermittenti, carichi di terrore, indicavano che la sua mente stava lottando con un conflitto interno che solo lui conosceva. Il medico diceva che stava delirando. Il prete, che stava purgando la sua anima dalle colpe. Suo figlio era d’accordo con entrambi. Ma nessuno sapeva che cosa lo stesse tormentando.

Quando il capitano della guardia aveva riferito che gli abitanti del castello erano sempre più irrequieti nell’attesa di notizie sul loro sovrano, e che le voci su un avvelenamento si facevano di giorno in giorno più forti, il principe Ernst aveva ordinato di schierare un altro distaccamento di truppe nel castello. Ciò che accadeva fuori dalle spesse mura del castello di Herzfeld non contava, almeno per il momento.

Il ciambellano di corte si era appellato al principe Ernst perché facesse leggere un proclama, qualunque cosa, almeno ai cortigiani nell’anticamera, anche se solo per placare l’inquietudine crescente. Il principe Ernst aveva detto che la corte poteva aspettare; la morte sarebbe sopraggiunta ben presto.

Quando il medico personale del margravio dichiarò che la morte era imminente, il principe fece sgombrare la stanza da tutti i suoi occupanti. Il margravio avrebbe passato i suoi ultimi momenti terreni con la sola famiglia presente.

Arrivato alla porta, il ciambellano si guardò alle spalle, per dare un’ultima occhiata al margravio, che aveva fedelmente servito per tre decadi. Ciò che vide lo fece voltare e fermare. Non perché il suo padrone fosse irriconoscibile in quella figura scheletrica coperta dalla pelle sottile e giallastra, ma perché il margravio Leopold aveva raccolto tutte le poche forze rimastegli per alzare un braccio e puntare un dito verso di lui. Allarmato, il ciambellano si affrettò a tornare indietro, nella penombra, solo per sentire il capitano sibilare: “Lasciate perdere, signor barone. Non ragiona.”

Il ciambellano lo ignorò. Andò ai piedi del letto, con il capitano alle calcagna. Il margravio alzò a fatica la testa dai cuscini, lo fissò, come se volesse che il suo fedele servitore gli leggesse nella mente. Il ciambellano si spostò, avvicinandosi ancora.

“Vi prego…” Piagnucolò il margravio, guardando il ciambellano, ignorando suo figlio che gli aveva preso la mano. “Non… lasciatemi…Non… con lei.”

“Vostra altezza, resterò, ovviamente, se è quello che desiderate.”

“Sta delirando, Haderslev. Non sa che cosa sta dicendo,” disse stancamente il principe Ernst, poi si rivolse al capitano della guardia. “Westover! Portatelo fuori di qui. Lo sta solo facendo agitare.”

“Certo, vostra altezza,” rispose il capitano Westover, afferrando Haderslev per la spalla. “Signor barone, è ora di uscire.”

“Sua altezza vuole che resti,” replicò il ciambellano, liberandosi dalla stretta del capitano per avvicinarsi al letto. “Quindi resterò!”

“Non preoccupatevi, padre. Lei non è qui,” sussurrò rassicurante il principe Ernst a suo padre.

“Io non…” Mormorò il margravio agitato e ricadde tra i cuscini. “Ernst. Non… permetterle…”

“Vi ho fatto una promessa.”

Il margravio chiuse gli occhi, ma la sua agitazione non diminuì. “Questo… non la fermerà… Lei… mi odia. Odia Viktor… tutti noi.”

Il principe Ernst si accorse che il ciambellano e il capitano erano dietro di lui e si guardò intorno in fretta. “La mia matrigna,” dichiarò, come se glielo avessero chiesto. Guardò il capitano Westover. “La contessa Rosine è agli arresti domiciliari, vero?”

“Come avete ordinato, altezza,” gli assicurò il capitano. “Non può ricevere visite e nessuno entra o esce senza il vostro permesso.”

Il principe Ernst annuì. “E mio fratello?”

Prima che il capitano potesse rispondere, il margravio aprì gli occhi e voltò la testa sul cuscino per fissare suo figlio a occhi sgranati, esclamando: “Controllala, Ernst, non permetterle di… dominarti.” Emise un gemito di dolore e di frustrazione e richiuse gli occhi. “Oh, Dio, fai finire questo tormento!”

“State calmo, padre,” rispose il principe, stringendogli la mano. Guardò di nuovo il capitano e il ciambellano. Aveva gli occhi pieni di lacrime. “Per l’amor del cielo. Permetteteci di passare questi ultimi momenti da soli!”

Entrambi gli uomini impallidirono e si inchinarono. Con un cenno della testa, si ritrassero entrambi nell’ombra, verso la porta. La stanza era così buia che solo il clic della serratura permise al principe Ernst di capire che entrambi i cortigiani erano usciti. Sapeva anche che la sorella gemella era lì, appostata nell’oscurità, in attesa, ad aspettare che gli altri uscissero prima di mostrarsi, prima di mostrare chi era il più forte dei due. Il principe Ernst, il grande condottiero senza paura, vittorioso in battaglia, era un debole davanti alle astuzie femminili di Joanna.

La principessa Joanna emerse dall’oscurità e si chinò sopra il padre che l’aveva bandita dalla corte, dalla società e l’aveva tenuta virtualmente prigioniera in quella fortezza per oltre dieci anni. Lo guardò agitarsi nel grande letto alla debole luce giallastra delle candele e gli batté gentilmente la mano sottile.

“Padre, sono qui,” sussurrò, baciandolo e poi passandogli una mano fresca sulla fronte calda e sudata. “Sono Joanna, padre. Il vostro caro uccellino è scappato dalla sua gabbia per salvarvi. Padre…?”

Il margravio sbatté gli occhi e cercò il figlio. Ma era Joanna che lo fissava con un sorriso amorevole. Fu talmente sopraffatto che cominciò a piangere. E quando Joanna gli baciò nuovamente la fronte, mormorando parole tenere, il suo fragile corpo fu scosso da grandi, silenziosi, singulti dolorosi. Joanna gli rimise le braccia sotto le coperte e tolse gentilmente uno dei cuscini da sotto la testa, assicurandosi di non disturbare l’elaborata parrucca, in modo che la testa giacesse piatta sul letto.

“È ora, padre,” disse.

Il margravio scosse la testa, ma era così debole e, con il corpo ora avvolto dalle lenzuola, non poteva fare nulla. Il residuo di volontà di vivere che era riuscito a raccogliere per implorare il ciambellano era svanito. Eppure, aveva ancora la voce, per sottile che fosse.

“Ernst!” Implorò, cercando il figlio nell’ombra. “Sei qui?” Ma quando il figlio non rispose, si appellò a sua figlia, anche se sapeva che era inutile. Doveva cercare di arrivare alla sua mente… quello che ne era rimasto. “Joanna. Ascolta tuo pa…”

“Non lo faccio per me ma per Ernst, caro padre,” disse con calma la principessa Joanna, coprendo la faccia del margravio con il cuscino e tenendolo fermo finché il padre non rimase completamente immobile. “Voi lo capite, vero, padre? Per Ernst.”

Fu il principe Ernst a rimuovere cautamente il cuscino, vedendo il padre, piccolo e fragile nel grande letto, con la bocca aperta e la magnifica parrucca incipriata tutta di traverso che gli copriva un occhio. Ansimò per il colpo, senza riuscire a credere che il padre non respirasse più. Avvicinò l’orecchio alla sua bocca, gli toccò la guancia e poi la fronte. Ma sapeva, aveva capito che era morto appena lo aveva guardato.

Il margravio Leopold Maxim Herzfeld, che aveva governato il piccolo principato di Midanich per trentacinque anni, era morto. Assassinato nei suoi ultimi momenti di vita. Il principe Ernst, l’eroe militare decorato dell’ultima guerra, governatore del castello di Herzfeld e figlio maggiore di Leopold Maxim, gli sarebbe succeduto come margravio e avrebbe governato Midanich.

E sua sorella, la principessa Joanna, avrebbe governato lui.

Scoppiò in lacrime.